[...] il felicissimo incontro della celebre e impegnatissima pianista argentina con l'orchestra veneta è destinato inevitabilmente a restare unico. Unica era anche l'intensità poetica con cui è stato proposto lo straordinario capolavoro di Schumann, la Argerich ne coglieva la mirabile varietà in una interpretazione posta sotto il segno della fantasia, dell'estro, della libera flessibilità nei tempi e nella sottolineatura dei contrasti, tra scatti febbrili, tese impennate e ripiegamenti lirici di infinita delicatezza e ricchezza di sfumatue. Ha trovato bella evidenza anche la peculiarità del rapporto tra pianoforte e orchestra in questo capolavoro di Schumann, dove, soprattutto nel primo tempo, l'orchestra non ne è subordinata, né contrapposta al solista, ma ne dilata le prospettive, ne arricchisce i colori intrecciando dialoghi di sapori cameristico [...]
Paolo Petazzi
(Il Gazzettino, 6 dicembre 2001)